Il sito archeologico di Persolino

LA STORIA DEL SITO GEOGRAFICO “COLLE DI PERSOLINO”

Geologia del sito

 Là dove ora gli alunni dell’Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura e l’Ambiente studiano e si aggiornano sulle più moderne tecniche agricole e di salvaguardia del territorio, già migliaia di anni fa i loro antenati preistorici si erano insediati e “studiavano” le possibili tecniche di sopravvivenza in un luogo per molti versi ancora ostile.

La forma appiattita del colle e la presenza negli strati verticali del terreno di ghiaie e sabbie di origine alluvionale permettono di definire geologicamente questo sito terrazzo fluviale.

sito-1I terrazzi fluviali non sono altro che specie di gradoni prospicienti l’alveo del fiume (in questo caso il Lamone), originatisi in seguito al succedersi di fenomeni erosivi. Essi sono di diverse altezze a testimonianza dell’età: i più alti (es. Olmatello) sono da far risalire ad epoche remote; i meno elevati (es. Persolino 50-65 m. sul livello del mare) si sono formati più recentemente rispetto all’Olmatello.

Come si può notare dal disegno esistono terrazzi fluviali di diverso livello a te­stimonianza dell’epoca in cui si sono originati. Definendo il I livello l’attuale alveo del fiume Lamone, si devono considerare progressivamente più antichi i successivi livelli fino al VI corrispondente al colle dell’Olmatello. In se­guito al verificarsi di ripetuti fenomeni climatici e geologici si e modificata la quota in cui scorreva il fiume Lamone, il quale abbassandosi gradatamente ha creato tali terrazzamenti.

Dai primi insediamenti all’età moderna

Le campagne di scavo

Nel territorio faentino, sul colle di Persolino, durante suc­cessive campagne di scavi condotte in questo secolo sono tornati alla luce numerosissimi reperti (manufatti, frammenti di terracotta e ceramica, oggetti in osso, ecc.) che testimoniano l’antichità dell’insediamento in questa zona e la fanno risalire non solo alla preistoria, ma addirittura alle sue fasi più remote e permettono di classificare Persolino tra le zone archeologiche più interessanti della Romagna.

Si può infatti notare come sul colle siano presenti tutte le fasi di sviluppo delle antiche civiltà, dal Paleolitico Medio (75.000-40.000 anni fa) alle successive età del bronzo (1800-900 a. C), dalla prima età del ferro o villanoviana (circa dal IX sec. a. C), alla seconda (etrusca) e alla terza (gallica) fino all’età romana.

L’interesse degli archeologi nei confronti di questo sito si manifesto a partire dal 1903 quando A. Boschi condusse una campagna di scavi durante la quale vennero alla luce i fondi di oltre 20 capanne risalenti all’età del bronzo (1800-900 a. C).

Negli anni successivi, in occasione di arature profonde del terreno, affiorarono frequentemente manufatti o frammenti attribuibili in molti casi all’epoca romana, spesso all’era preistorica. Molti di questi furono successivamente collocati nel Museo Internazionale delle Ceramiche.

Una sistematica campagna di scavi iniziò nel 1958 sotto la direzione del dott. Scarani; indagine proseguita fino al 1963.

Un ulteriore intervento si è avuto nel 1969 per procedere al restauro delle fondazioni di un edificio quadrangolare presumibilmente di carattere sacro.sito-2

Vaso rinvenuto durante lavori agricoli, di foggia insolita e di datazione incerta

 

 

La preistoria

La ricca varietà di manufatti, frammenti, oggetti attribuibili a vari periodi della preistoria e della protostoria consente di testimoniare che i nostri antenati hanno ripetutamente scelto questo luogo per i loro insediamenti forse per le buone condizioni di abitabilità del sito.

In seguito al rinvenimento di ciottoli scheggiati, alcuni dei quali a forma di amigdala, altri di freccia o di raschiatoio, affiorati da arature profonde tra il 1968 e il 1976 non è azzardato ipotizzare la presenza di uomini primitivi sul colle di Persolino fin dal Paleolitico.

Soprattutto nel Paleolitico-Medio (75-000-40.000 anni fa) l’homo neanderthaliano ha lasciato tracce di sè a Persoli­no, documentate dal ritrovamento di manufatti di semplice fattura, come raschiatoi e punte e, in particolare una punta triangolare probabilmente di basalto, raccolta dal Bentini nel 1976 a 50 m. s.l.m. a fianco del viale d’accesso alla scuola.

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Arnesini e schegge di selce.

Serie di cuspidi di frecce, in selce, rinvenuti in seguito a operazioni di aratura dei terrenisito-4

 

Intorno a 10.000 anni fa (Neolitico) avveniva una importante rivoluzione consistente nella domesticazione degli animali e, in seguito, dei semi, che determinò la nascita dell’agricoltura, dapprima nel vicino Oriente, in seguito diffusa anche in Europa (forse intorno a 7500 anni fa).

Di tale periodo, pero, nel territorio faentino restano poche ed isolate testimonianze, una delle quali fu individuata dal Boschi a Persolino: si tratta di una rozza ceramica a cercine. Alla stessa epoca sembra si possano far risalire frammenti di lamette ritoccate riaffiorate negli ultimi decenni durante le arature.

Dal 2500 al 1800 a. C. si colloca approssimativamente l’Eneolitico italiano: durante tale età vi furono integrazioni fra i popoli che conoscevano la lavorazione dei metalli e genti autoctone.     Ancora una volta è protagonista il sito di Persoli­no: è proprio qui infatti che nel 1900 il Boschi rinvenne una serie di fondi di capanna (circa 20), disposti su linee parallele da est a ovest. I più profondi restituirono manufatti di terra­cotta di fattura molto grossolana, mentre quelli meno pro­fondi evidenziarono la presenza di fittili, cioè di manufatti in argilla, meno rozzi e di residui di metalli, in superficie si trovarono vari oggetti in selce e frammenti di coltellini di ossidiana, ma soprattutto tracce di 8-10 forni per la fusione del ferro. Sulla base di tali reperti Boschi concluse di essere di fronte a testimonianze che andavano dal Neolitico all’Età dei metalli (dal 7500 a. C. al 3000 circa a. C.)

Nel 1958, sotto la direzione del dott. Scarani e la sovrintendenza del prof. Mansuelli si attuò una sistematica campagna di scavi, con la quale si riportarono alla luce, in uno strato ad oltre tre metri dal piano di campagna, vari oggetti attribuibili all’età eneolitica, coevi, secondo lo stesso Scarani, ai reper­ti individuati dal Boschi 70 anni prima. In particolare sono da segnalare oggetti litici come martelli, accette, cuspidi di freccia e dieci coltellini di ossidiana, un vetro di origine vulcanica importato da lontano, il cui commercio si rarefece con l’avvento dei metalli, largamente documentato, invece, nell’arco di tempo che va dal Neolitico superiore all’Eneolitico (circa dal 3000 a. C. al 1800 a. C).

Nell’età del bronzo che nell’Italia Settentrionale va dal 1800 a. C. al 900 a. C. Persolino è per l’ennesima volta protagonista, non solo però con reperti sporadici e tali da suscitare dubbi di datazione, ma con tale abbondanza di manufatti, affiorati anche durante arature superficiali, da far supporre che non solo la zona nelle immediate vicinanze dell’Istituto ma tutto il colle fosse sede di un insediamento esteso. Chiazze di terreno più scuro, già indagate superficialmente dal Ballardini nel 1915 e situate tra l’area sacra e il vialetto che conduce all’Istituto, hanno suggerito nel 1974 di scavare in quella zona: sono riaffiorati numerosi reperti fittili sicuramente attribuibili alla cultura subappennica. Solo l’insediamento di Persoli­no, tuttavia, tra i numerosi abitati subappenninici fioriti nell’alta pianura nell’età del bronzo, sembra essere sopravvissuto all’improvvisa scomparsa delle genti subappenniniche, che forse avvenne per un cataclisma verificatosi tra il X e il IX sec. a. C. Studi sul clima avrebbero infatti dimostrato che tra il 900 e il 300 a. C. ci fu un abbassamento della temperatura, un aumento delle precipitazioni con conseguenti dissesti idrogeologici, concomitanti con un’ avanzata dei ghiacciai, e relativo abbassamento del livello dei mari.

La cultura subappenninica in romagna

 Durante il Bronzo medio (1450-1250 a. C.) nella no­stra regione vi era la contemporanea presenza di due cul­ture fra le quali il fiume Panaro segnava approssimativamente il confine: la cultura terramaricola a ovest e la cul­tura appenninica a est.

Quest’ultima, diffusa lungo la dorsale appenninica (da cui prende il nome) era caratterizzata da genti che vivevano in capanne a fondo circolare, talvolta ancora in grotte, e che praticavano la pastorizia cui si associò poi l’agricoltura.

Verso la fine dell’età del Bronzo medio un presumibile peggioramento delle condizioni climatiche indusse i terramaricoli a lasciare i loro insediamenti nella pianura padana occidentale e a migrare verso il settore orientale dove si fusero con le popolazioni appenniniche. Nacque così la cultura subappenninica che ebbe la sua massima fioritura nel Bronzo recente (1100-900 a. C). La pastorizia, prevalente nella precedente fase di clima oceanico, cedette il posto all’agricoltura e all’allevamento con stabulazione: la coltura prevalente era costituita da cereali come e testimoniato da numerosi reperti (zappette d’osso, falci e macine in gran quantità). Si ebbero, inoltre, notevoli progressi nella metallurgia del bronzo che permetteva la costruzione di utensili per la coltivazione e il disboscamento (falci, asce, scalpelli, seghe).

Tra il XIII e l’XI sec. a. C. un forte incremento demografico e le ottime condizioni di abitabilità del territorio romagnolo determinarono un fitto popolamento dell’alta pianura, ma anche delle prime colline e delle vallate dei fiumi.

Le stazioni dell’età del Bronzo erano disposte spesso in prossimità dello sbocco dei torrenti appenninici nella pianura, lungo un’immaginaria linea parallela al piede delle colline, da cui distavano circa 3-4 km e più o meno sulla stessa isoipsa di 50 m. s.l.m.. Erano collegate tra di loro da una via pedemontana che metteva in comunicazione l’Emilia occidentale con l’Adriatico, il cui tracciato sarebbe più tardi stato ricalcato dalla strada consolare voluta nel 187 a. C. dal console M. Emilio Lepido, e che da lui prese il nome di via Emilia.

Tra il X e il IX sec. a. C. si verifico un’improvvisa scomparsa degli insediamenti subappenninici. Gli studiosi hanno ipotizzato che la causa sia da ricercarsi in un cataclisma, infatti tra il 900 e il 300 a. C. si ebbe un lungo periodo fresco con aumento delle precipitazioni, piene dei fiumi e conseguenti dissesti idrogeologici. In seguito a tali fenomeni si ebbe una lunga stasi demografica della regione e uno spopolamento quasi totale. Solo pochissimi siti, tra cui Persolino, possono considerarsi forse insediamenti stabili a differenza di tutti gli altri villaggi a fondi di capanne tra Bologna e Forlì che testimoniano una fluttuazione di popolamento. A Persolino, infatti, l’abbondanza dei reperti nei fondi di capanne e la compresenza in essi di manufatti subap­penninici e tardovillanoviani (età del Ferro) ha indotto alcuni studiosi a supporre un attardarsi del subappenninico in Romagna fin oltre il VI sec. a. C. .

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Serie di vasetti fittili del tardo bronzo (cultura subappenninica)

 

La protostoria

 In Romagna c’e carenza di testimonianze relative ai primi secoli dell’età del ferro (a partire dal 900 a. C), se si eccettua Persolino, dove, ancora una volta, Scarani nel 1963 ha rinvenuto materiali di quest’epoca con caratteristiche autonome.

Gli studiosi ritengono che i nuovi insediamenti, in siti precedentemente subappenninici, siano opera di popolazioni forse Umbre o comunque provenienti dall’area centro italica tra il Tevere e l’Adriatico, portatrici di cultura medio-adriatica o etruscoide. A tale cultura etruscoide dovrebbero essere attribuiti fondi di vaso di cui uno attico di importazione dalla Grecia, altri frammenti di ceramica attica, oltre ad un oggetto di bronzo non ben classificato.

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Piattello ad alto piede dell’età del ferro raccolto nell’ambito dell’edificio sacro.sito-7

 

 

La testimonianza più importante tuttavia, attribuibile a detta cultura, e sicuramente costituita dalle fondazioni di un edificio quadrangolare di m. 5,70×6,60 in ciottoli a secco, sicuramente un edificio di culto dato il rinvenimento, nella sede mediana del lato sud-est, della stipe sacra e di notevole quantità di piattelli e vasetti votivi, uno dei quali fu trovato intatto nel vertice nord.

I muri perimetrali non sono perfettamente paralleli, e pure la disposizione a secco dei ciottoli e diversificata nei quattro lati. Ai vertici esterni vi e un incavo che forse serviva all’inserzione dei pali di sostegno del tetto. All’interno del perimetro sacro, vicino ai vertici nord e sud, si trovavano due focolari, ma tutto il terreno era indurito dal fuoco. La grande quantità di vasellame rinvenuto ha fatto pensare ad un tempio di tipo etrusco da far risalire al VI sec. a. C.

Significativa e la presenza di ceramica attica nel sito di Persolino, in prossimità del tempietto di tipo etrusco, essa consente ulteriori interpretazioni: attesta forse (come ha supposto Bermond Montanari nel 1975) relazioni commerciali nel VI – V sec. a. C. con i porti dell’Adriatico: Adria e Raven­na? O forse tra le zone più propriamente etrusche e tali porti? La dimostrazione di ciò consentirebbe forse di definire con maggiore sicurezza il carattere etrusco del tempietto di Perso­lino.

sito-8Fondazione dell’edificio quadrangolare presumibilmente di carattere sacro.

L’eta’ antica

 Durante i lavori di scavo del 1959 oltre al tempietto etruscoide e, addirittura, intersecanti con esso vennero alla luce altre fondamenta di epoca romana. Confrontando questi re­sti con la struttura ben più ampia e complessa della villa ro­mana di Russi e possibile anche, con buona approssimazione, definire la tipologia della costruzione e la funzione degli ambienti di cui possiamo tuttora vedere le fondazioni.

Si tratta di ciò che resta di una villa rustica molto diffusa nella pianura della Cispadana tra il I sec. a. C. e il I sec. d. C, quando con il termine “villa” si intendeva qualsiasi residenza ubicata in campagna o comunque fuori dal centro abitato. Nella nostra regione non si trovano lussuose ville di villeggiatura, ma solo ville urbano-rustiche o più semplicemente rustiche. La differenza consiste nella maggiore o minore raffinatezza delle rifiniture (pavimenti in mosaico, intonaci dipinti, marmi, ecc.) contrapposti al carattere grossolano dei materiali usati nelle ville rustiche la cui finalità e esclusivamente utilitaristica poichè la parte destinata a dimora del proprietario è integrata da strutture funzionali, quale magazzini, capannoni, officine, ecc. Le fondazioni romane riaffiorate a Perso­lino appartengono ad un capannone a navate di grandi dimensioni di una villa rustica che forse casualmente insiste sull’area del tempietto “etrusco”. La struttura cosi conforme a modelli di numerose ville rustiche più o meno coeve e l’assoluta mancanza di suppellettili di tipo votivo rendono molto debole l’ipotesi che possa trattarsi di un edificio sacro, che sancisca nel tempo la sacralità del luogo.

Più probabile invece che il sito, apparso particolarmente accogliente fin dall’epoca preistorica, avesse attirato l’attenzione di qualche ricco proprietario il quale lo volle utilizzare per costruirvi la propria dimora di campagna.

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A – Resti di edificio di tipo etrusco

B – Fondazioni dell’edificio romano porticato

C – Basi di pilastri quadrati

Nel rilievo (campagna di scavo 1959) si notano le fondazioni in muretti a secco di ciottoli fluviali di un edificio sa­cro (A) di tipo etrusco (attribuibile alla seconda età del ferro – VI sec. a. C.); all’interno, oltre a molti vasi sparsi, c’era una piccola stipe votiva. Nell’area dello stesso edificio sacro, che e stato lasciato in posto ed è visibile, si notano le fonda­zioni dei pilastri (C) di un portico relativo ad un edificio romano (B) di cui si può vedere un muro in mattoni sesquipedali. Presso tale muro si sono raccolte alcune ceramiche del II sec. a. C.

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Asse onciale, di epoca romana, raffigurante Giano bifronte, raccolto nell’area delle fondamenta dell’edificio romano

L’eta’ medievale

Durante il Basso Medioevo (XIII sec.) il colle di Persolino fu sede di un eremo dedicato a San Macario, come è testi­moniato da un documento notarile del 1295 che attesta una donazione a favore di detto monastero.

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San Macario

Nel XVI sec. fu nuovamente sede dì una comunità reli­giosa: i frati francescani cappuccini ebbero qui un loro con­vento dove rimasero dal 1535 fino al 1571, quando si trasfe­rirono in città nel convento di S. Cristina.

La tradizione popolare narra che durante la permanenza dei cappuccini proprio in queste zone, allora infestate da bri­ganti, avvenisse quello che viene ricordato come “miracolo del Crocifisso” la cui commemorazione è tutt’oggi oggetto di celebrazioni presso la parrocchia dei Cappuccini nella setti­mana successiva alla Pasqua.

Il miracolo del crocifisso

II miracolo del Crocifisso è da far risalire al XVI sec. quando sul colle di Persolino era ubicato un convento di Frati Minori Cappuccini.

Tra i francescani vi era Battista Castellini (1496-1562) che dopo una vita avventurosa e dissipata come soldato di ventura, e più tardi come generate di Francesco della Rovere, era stato convertito da P. Bernardino da Siena.   In seguito poi, a dure penitenze, aveva potuto abbracciare la regola di S. Francesco entrando nell’ordine dei Frati Minori Cappuccini. Probabilmente però, dovette mantenere un carattere sanguigno ed impulsivo che solo con notevole autocontrollo poteva temperare.

La tradizione infatti narra che essendo stato un giorno rimproverato aspramente dal Superiore, fece uno sforzo tanto grave per rispettare il voto di obbedienza e per umiliarsi senza rispondere che gli si ruppe una vena nel petto. Mentre a stento riusciva a contenere con la mano il fiotto di sangue che gli saliva alla bocca, andò ad inginocchiarsi davanti all’immagine, e disse: “Vedi, o Gesù, quanto soffro per te”.

Ecco allora che dinnanzi agli occhi sbigottiti di Batti­sta, e allo sguardo esterrefatto di un confratello, padre Costantino da Modigliana, casualmente presente, il Crocifis­so, staccando la mano destra dalla croce e portandola alla ferita del costato, disse: “Vedi, o Battista, quanto anch’io ho sofferto per te”.

La notizia di quella visione miracolosa si diffuse rapidamente tra il popolo che da quel momento dedicò un culto particolare alla santa immagine, invocata in occasione di pubbliche calamità e per tutti i bisogni spirituali e materiali della comunità.

II Crocifisso miracoloso fu trasferito dai Cappuccini nel 1571 nel loro nuovo convento di via Canal Grande e da allora, nell’omonimo Santuario del SS. Crocifisso, è oggetto della devozione dei fedeli che quotidianamente accorrono anche da lontano per venerarlo.

sito-12La devozione all’immagine del SS. Cro­cifisso dei Cappuccini risale a Frate Bat­tista Castellini (1496-1562) soldato di ventura poi generale di Francesco della Rovere. Convertito da P. Bernardino da Siena, dopo aspre penitenze divenne figlio di San Francesco nell’ordine dei Frati Minori Cappuccini.

sito-13Immagine del SS. Crocifisso venerato nella chiesa dei Frati Minori Cappuc­cini di Faenza (RA).

 

 

 

La villa Persolino

Non si hanno notizie precise riguardo alla edificazione della attuale “Villa Persolino”, m. 82 s.l.m., tuttavia è noto che tutte le più importanti famiglie faentine nel XVII e soprattutto nel XVIII sec. fecero costruire ville in collina o in montagna, in corrispondenza delle loro proprietà più vaste.

E’ possibile che anche l’edificio che domina dall’alto il colle di Persolino sia da far risalire a quell’epoca: non conoscendone però il committente, nè il progettista si può cercare una fonte di datazione nella struttura del giardino antistante, che affronta in maniera decisamente scenografica, il netto dislivello che separa la sommità dell’altura dalla strada, seguendo moduli tipicamente settecenteschi, come riportano Bertoni e Gualdrini, Ville Faentine, 1980 citando A. Archi – Vecchi Giardini di Faenza, 1957. «Alla fine del secolo XVIII si può far risalire il giardino di Persolino, su di un colle ricco di ricordi d’epoca preistorica e di più recenti memorie francescane. Da notarsi che qui ci si trovava di fronte ad un dislivello, abilmente utilizzato dall’ideatore del giardino medesimo: la villa non fu mai costruita, perchè non possiamo dare tale nome alla modesta costruzione che domina il piccolo colle.   II pendio verso il piano sottostante era idealmente diviso in tre zone. Quella centrale a scalinate erbose, s’interrompeva in piccoli ripiani, mentre a loro volta le scalinate venivano divise in due da ciuffi di sempreverdi. Da un lato e dall’altro di questa parte di centro si affiancavano due alte cortine, costituite in prevalenza da alti cipressi, specie di quinte non rigidamente rettilinee, ma con rientranze e sporgenze come in uno scenario coevo».

Lo stesso Archi sembra propendere per una attribuzione al Pistocchi, da molti esperti non condivisibile in quanto le caratteristiche del giardino di Persolino non corrispondono al rigore compositivo che contraddistingue le opere del Pistocchi, ma si legano indubbiamente a modelli scenografici del 700.

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Così si presentava il pendio antistante l’edificio all’inizio degli anni ’60.

 

 

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Lo stesso pendio antistante l’edificio visto dalla via Firenze

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